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Jordan Wolfson
'Jiem-no-pedti'                  

22.03.05 - 14.05.05

[English text below]

Con la mostra personale di Jordan Wolfson (U.S.A, 1980), la Galleria T293 inaugura la seconda sede in Piazza G. Amendola che si va ad affiancare a quella in via dei Tribunali. T293 si sdoppia ed accresce la proprie potenzialità nella promozione delle giovani ricerche artistiche italiane ed internazionali, incontrando il pubblico da una postazione “fronte strada”. Jordan Wolfson presenta per l’occasione un progetto inedito intitolato Jeim-no-pedti, un’installazione sonora che consiste nella diffusione, nello spazio vuoto e completamente bianco della galleria, di una rielaborazione ed esecuzione al pianoforte, fatta dalla madre dallo stesso artista, della Gymnopédie n°1 (1888) di Erik Satie (1866-1925). L’approssimazione e la voluta erroneità dell’esecuzione divengono il perno concettuale attorno al quale gravita l’intero progetto. Wolfson trasforma lo spazio espositivo in una sorta di luogo per “ginnastica dei piedi” (Gymnopédie) il cui pavimento bianco non sarà pulito fino a quando l’installazione non verrà tolta. In mostra c’è un’opera invisibile che crea spaesamento con la veste incompiuta e precaria dei difetti del suono. Lo spazio si arricchisce di nuovi particolari estetici, particolari che si tendono a scartare come gli errori e la casualità ma che non hanno mai smesso di affascinare la ricerca contemporanea.

T293 will inaugurate its new exhibition space in Piazza G. Amendola with a debut Jordan Wolfson (U.S.A, 1980) one-man show. T293 is doubling its size and potential to promote young Italian and international artists in their research and give them the opportunity to meet the public vis-à-vis. In this exhibition Jordan Wolfson will present a new, site-specific, project entitled Jeim-no-pedti. This sound installation consists of the playing, in the empty and virgin-white gallery space, of a re-elaboration and piano performance by the artist’s mother, of Gymnopédie n°1 (1888) composed by Erik Satie (1866-1925). The imprecision and deliberate mistakes in the performance represent the conceptual focus point toward which the project gravitates. Wolfson transforms the exhibition space into a sort of place for “feet gymnastics” (Gymnopédie) and the white floor will not be cleaned as long as the installation is present. The invisible work on display creates a sense of disorientation caused by the incomplete and precarious sound defects. The setting acquires new aesthetic details, which we tend to discard, as we do with errors and randomness, but which have always inspired contemporary artistic research.