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Jordan Wolfson
25.11.08 – 31.01.09
[English text below]
L’immaginazione è un meccanismo che può produrre continui rovesciamenti di senso all'insegna di un esercizio ininterrotto della logica: oggetti che cambiano di senso, azioni reali che diventano virtuali e viceversa. La realtà dal canto suo produce turbinosamente un caleidoscopio di differenze che generano condizioni ingarbugliate da attribuire ad un sentimento unico. L’installazione di Jordan Wolfson (New York, 1980) ha per soggetto il senso moderno della differenza. “Basics” è un video a doppio canale proiettato su entrambi i lati di uno schermo sospeso. Il primo lato mostra un mimo da solo in uno studio fotografico intento a fingere di fotografare, mentre un audio estratto da YouTube trasmette l’assurdo sproloquio di un giovane sulle religioni. Il video è concettualmente portato indietro e oscurato dalla seconda proiezione che trasmette l’immagine fissa su un testo che parla di piccoli elettrodomestici e di cucina. L’installazione si estende per tutta la galleria prolungandosi oltre lo spazio della proiezione attraverso un sistema di panche poste lungo i muri. Il significato che si fonda sull'utilizzo pratico delle lunghe sedute rimanda a quello proprio di una palestra o di una prigione. Innescando un gioco di riproduzioni, appropriazioni, analogie e ambiguità, Jordan Wolfson crea un continuo e distorto mix di realtà, immaginazione e critica della cultura.
Imagination is a mechanism which can produce continuous reversals of meaning characterized by a never-ending employment of logic: objects that change their sense, real actions which become virtual and vice versa. Reality, on the other hand, produces a whirling kaleidoscope of differences that generate confused and difficult conditions which can be ascribed to a unique feeling. Jordan Wolfson's (New York, 1980) installation has a paradoxically modern sense of difference and critique at its theme. "Basics" is a two channel video projected on either side of a hanging screen. The one side shows a mime alone in an empty photostudio pretending to take a photograph while an audio track taken from YouTube of a young man's absurd diatribe on Islamic religion is appropriated. The video is conceptually doubled back and obscured again by the second channel which shows a video recorded screen shot of a document being typed on the subject of essential kitchen appliances and communal cooking. The installation expands throughout the art gallery going beyond the projection space by means of a system of benches placed along the walls. The meaning based on the practical use of long seats, typically recalls those of a gym or a prison. Playing with reproductions, appropriation, analogies and ambiguity, Jordan Wolfson, creates a continuous and distorted mix of reality, imagination, and cultural critique.
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