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Dan ReesAttachment
18 December 2018 - 9 February 2019
T293 Rome
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‘Contuso dal colore’, testo di Dan Rees

Il lutto personale ha alcuni effetti molto curiosi sulla mente; il colore sgocciola dall’esistenza. Per Walter Benjamin, il colore è l’immaginazione dell’immensità dentro un oggetto e rappresenta un tipo di visione alla quale i bambini hanno accesso speciale. I bambini piccoli sanno tutto dell’afflizione, perché impregnano di così tanto spirito gli oggetti fino a desiderare specifici giocattoli con infinito tormento. In età adulta, quando siamo ormai in grado di registrare la fonte del nostro dolore e del disagio emotivo, percepiamo le candele infantili come spazzate via, un pensiero che non fa che aumentare il freddo in noi. Senza la protezione che queste piccole fiamme richiedono, l’esistenza umana diventa mera storia delle nostre connessioni metafisiche che si dissolvono nella vita (al contrario della dissoluzione della vita nelle nostre connessioni metafisiche). L’esistenza può quindi essere intesa come il compito di rimanere fedeli alle proprie promesse dell’infanzia. Come afferma Benjamin, “i bambini non si vergognano, dal momento che essi non riflettono ma vedono soltanto”.

Da adolescente, spesso incapace di dormire, fissavo il soffitto, tracciando le linee del motivo dell’Artex che non hanno né un inizio né una fine evidenti. Questi motivi racchiudono in sé il loro stesso lutto di un’esistenza danneggiata. Percorrendo il sentiero similmente a quello della moneta intrisa di tanto sentimento, amata così tanto dal bambino, solo per finire pochi giorni dopo con l’essere spesa in caramelle. Se nessuna arte può vantare particolari pretese di legittimità se non quella che contiene le specificità della condizione contemporanea, come ci si può avvicinare alla pittura, se non dalla parte dell’oggetto danneggiato? Danneggiato nel suo essere già dissolto in una vita contusa. Il desiderio di dissolvere il “sé” è per molti uno stimolo decisamente forte. L’autoriflessione nasce nel mezzo del pensiero, quando il “prima” dovrebbe essere già inteso come il “dopo”. La soggettività emerse nel momento iniziale in cui la natura fu in grado di riflettere su sé stessa come riflettente. Da quel momento in poi nacque una creatura estremamente divisa. Se tentiamo di seppellire gli aspetti di noi stessi che non possiamo tollerare, essi trapeleranno nel tempo e ci soffocheranno. La giusta via per l’accettazione di sé sta nell’accogliere quello che non si può accettare. Nel fare ciò, pratichiamo un tipo di reintegrazione che possiamo estendere al di fuori e che ci permette di riconoscere la coscienza come condivisa. Così si viene a creare una compassione radicale nella solidarietà. Potremmo aggirarci per qualche substrato strutturale di questo stato dissolto, trovato nel nostro io più selvaggio, che, come cartoline perdute, può di volta in volta arrivare con noi inaspettatamente. Il tentativo da parte dell’artista di affrontare la “narrazione” può essere semplicemente il desiderio sublimato di impregnare gli oggetti con quello spirito così chiaramente percepito dai bambini. Nella disperazione più dolorosa o nella malinconia potremmo ritrovarci, come Heathcliff, a esumare un cadavere.

Si può imparare qualcosa dai romantici, da Schlegel in particolare, che ha insistito sulla forma del frammento, completo nella sua incompletezza. Egli fu forse il primo filosofo che riuscì a pensare l'”oggetto” nella sua peculiarità metafisica. I romantici, nella loro articolazione della relazione tra il particolare e l’assoluto, fornivano una rappresentazione utile dell’esistenza umana come espressa attraverso la contraddizione dell’idea di una natura che aveva preso coscienza di sé. Questa prospettiva ci offre l’idea della consapevolezza umana individuale come se fosse in una costellazione. Tenendo ferma dentro di noi questa concezione, potremmo percepire i nostri limiti come in un processo di estensione infinita oltre il nostro essere fisico nel mondo e negli altri.