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3 October - 13 November
T293 Rome
T293 - Lorenzo Vitturi – Jugalbandi - 1
T293 - Lorenzo Vitturi – Jugalbandi - 1
T293 - Lorenzo Vitturi – Jugalbandi - 1

T293 è lieta di presentare Jugalbandi, una mostra di nuovi lavori scultorei di Lorenzo Vitturi (Venezia, 1980), organizzata in collaborazione con la Fondazione Jaipur Rugs in India.

Vitturi, noto principalmente come fotografo, presenta per la seconda personale in galleria un progetto unico all’interno della sua pratica artistica: arazzi fatti a mano realizzati con telai tradizionali da artigiani indiani. L’artista indaga per la prima volta in profondità il concetto di pratica collaborativa nella creazione di un’opera d’arte.

Jugalbandi(“gemelli intrecciati”) è il nome attribuito nella tradizione indiana a una performance musicale di due solisti che suonano in contemporanea, alludendo al procedimento scelto per la realizzazione delle opere, frutto di un affascinante lavoro collaborativo tra Lorenzo Vitturi e gli artigiani indiani.

Durante un viaggio di ricerca attraverso le comunità rurali del Rajasthan per incontrare artigiani locali, l’artista è rimasto affascinato dagli assemblaggi scultorei che si formano spontaneamente nel villaggio, come ad esempio una balla di fieno in precario equilibrio su un pilastro di un cancello, una pila di ciotole di terracotta o anche un telaio coperto da un telo. Questi arrangiamenti, fotografati da Vitturi durante il suo viaggio in India nel novembre 2019, rappresentano la genesi del progetto.

Le fotografie delle sculture urbane, astratte in una serie di grafici che portano nei loro contorni reminescenze della loro forma originale, prendono forma d’imponenti tappeti realizzati dalle mani di artigiani indiani. Ogni arazzo incarna, con la sua presenza strutturata, la ricchezza e la bellezza della vita del villaggio e il suo gentile spirito in divenire. Come in una mappa, le linee e le forme raccontano una storia in cui ogni contorno ha lo stesso valore. Superando la loro apparente astrattezza, la storia narrata attraverso le linee di ogni lavoro è fatta di autenticità e materialità.

Per la prima volta nella sua carriera Vitturi delega la fase finale del processo a una figura esterna. Le opere, oltre ad essere una visione puramente personale dell’artista, portano con sé anche la testimonianza degli artigiani. Su ogni composizione Vitturi ha lasciato aree in cui i tessitori potevano intervenire non solo con la loro tecnica ma anche con la loro visione personale. Come ultimo passaggio di questo intenso processo l’artista interviene sui tappeti aggiungendo frammenti di vetro e legno provenienti da Venezia, sua città natale.

Il risultato è un Jugalbandi, una performance digitale tra artista e artigiani, in cui le impressioni grafiche di Lorenzo Vitturi coesistono e dialogano con il mondo costruito dai tessitori, divenendo mappe mentali di un viaggio che è ancora in corso.

Amorphous entities inhabit T293 gallery space, emanating an uncanny aura. Indulging the pathetic fallacy, the totemic features of Lorenzo Vitturi’s sculptures – a dazzling hodgepodge of brightly coloured fibres, scraps, glass fragments, and contrasting textures – seems to belong to guiding daemons while, in fact, they allude to the outlandish balance of fortuitous assemblages of worldly objects. Vitturi’s research conflate the act of abstraction and play in connecting heterogeneous tokens together – from Indian rugs to Murano glass – to re-balance canonical hierarchies, and to suggest cartographies where people and artefacts intersect in a compositional funambulism, at times resembling Matt Calderwood’s or Stephanie Mann’s works.
In the frame of his latest exhibition, Vitturi weaves tapestries of multifaceted and fringed narratives. Eschewing prosaic claims of authorship, he embraces a polyphonic form of production. The installation veers between the artist’s gaze of Rajasthan – whose photographic documentation of piles of objects stands as the initial suggestion – and the craftsmanship of the Indian artisans, to propose a tableau of singularities overlayered in the materiality of the artefacts.
Photographs and handmade textiles significantly differ in the time of production: the first is considered an instantaneous act; the latter is the result of slow labour. Nonetheless, the potential of Vitturi’s work stands precisely in his ability to tuning asynchronous rhythms into a performance with the weavers, as the etymology of the exhibition title – Jugalbandi – recalls. The works do not function then as singular objects; but rather as transitional sculptures, since they mediate between several individualities at once, bringing them together in the ritual of transformations.

–Giulia Colletti