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The way we see things is affected by what we know or what we believe.
John Berger, 1972

Le complesse architetture iconologiche (secondo i tre livelli panofskyiani) delle pale e degli affreschi rinascimentali richiedono da parte nostra uno sforzo intellettivo ragguardevole, se non esperti di quell’epoca. Il soggetto intrinseco in fondo può sfuggirci e quelle opere divengono superfici su cui proiettare la nostra narrazione, personale e culturale. Per i contemporanei di allora non era così, anzi il visivo era usato proprio per un dialogo estremamente diretto. Oggi abbiamo la supponenza di saper padroneggiare più culture e lingue. Questa sicurezza manca proprio, invece, ai molti figli diasporici del nostro tempo, consapevoli delle distanze impossibili da colmare, come nel caso del pittore Oscar yi Hou.

Nato a Liverpool da genitori cantonesi e attualmente residente a New York, yi Hou usa sapientemente le iconografie più conosciute dei due emisferi (riconoscibili ai più) e una pittura a olio su carta da una parte dal chiaro stile fauve, quindi europeo, e dall’altra memore della calligrafia cinese. Calligrafia per lui familiare ma non facile da decifrare. Questa difficoltà, questa parziale frustrazione, viene ‘donata’ a chi guarda i suoi dipinti, in modo particolare le immagini-poesie in bianco e nero dove sceglie la lingua egemone per eccellenza, l’inglese e la rende di difficile decifrazione attraverso la sfocatura. Un’opacità che rende tutti sia miopi sia presbiti nello sforzo quanto mai necessario di ritrovare la calma perduta del saper vedere. Un ritorno all’alfabetizzazione visiva per noi e una ricerca continua di una casa per yi Hou.

— Manuela Pacella