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Hangama AmiriBazaar, A Recollection of Home
21 November, 2020 - 29 January, 2021
T293 Rome
T293 - Hangama Amiri – Bazaar, A Recollection of Home - 1
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“In questo progetto, sto ritessendo i miei ricordi d’infanzia del bazar, trasformandolo e deformandolo per offrire ai miei visitatori un senso di spazio e tempo, insieme ad una consapevolezza politicizzata del presente.” – Hangama Amiri

Hangama Amiri (1989, Kabul) è un’artista di origine afghano-canadese, i cui lavori indagano argomenti quali il femminismo, questioni geopolitiche e di genere. Nella sua pratica artistica, i costumi afghani, e più in generale la cultura islamica, hanno un ruolo fondamentale. La volontà di proporre un punto di vista differente sulle tradizioni afghane è una scelta consapevole legata all’esperienza personale dell’artista. Amiri, cresciuta in Nuova Scozia (Canada) e attualmente residente in New Haven (Connecticut), riflette sul proprio Paese d’origine, dove ha vissuto fino all’età di sei anni, attraverso un approccio critico, volto a celebrare lo stile di vita odierno delle donne afghane.

Durante la sua infanzia, l’artista era solita passeggiare tra i negozi di Kabul, assieme ai membri femminili della sua famiglia. Amiri ricorda oggi che, nonostante i servizi e i prodotti offerti fossero per lo più dedicati alle donne, le attività commerciali venivano gestite prevalentemente da uomini. Dal 2001, dopo la caduta del regime talebano, nel Paese si è verificato un significativo cambiamento sociale e culturale. Da quel momento, infatti, si è assistito alla comparsa di una consistente presenza femminile nelle attività e molte donne sono diventate proprietarie di gioiellerie, saloni di bellezza e boutique di moda. Stimolata dalla cultura visiva afghana, caratterizzata da una crescente tendenza all’ibridazione, e rievocando la propria diaspora, l’artista rivive quel momento storico e la sua esperienza personale, attraverso il suo ultimo progetto artistico: Bazaar, a Recollection of Home.

Per la sua prima mostra in Europa, Amiri ricostruisce quegli ambienti commerciali sotto forma di installazioni tessili monumental e sceglie, in maniera consapevole, di rappresentare spazi generalmente riservati alle donne. In questo modo, Amiri ricama elegantemente una poetica di carattere socio-politico. Il visitatore è invitato a fruire questa realtà ricostruita, comportandosi come un flaneur – nella concezione benjaminiana dei ‘passages’ parigini. L’artista, inoltre, inserisce rappresentazioni di oggetti vietati dalla cultura talebana, come rossetti, stoffe lucenti e smalti per unghie, per affermare un senso di libertà e dignità che le donne afghane hanno conquistato per poter esprimere la loro sensualità, sessualità e il loro piacere.

Drappeggiando, allungando e piegando diversi materiali tessili – come il cotone, lo chiffon, la seta, la pelle di camoscio o i tessuti afghani ricamati a mano – l’artista crea una metafora di frammentazione: su ciascuna opera, possiamo rintracciare una combinazione di identità che provengono da molteplici aree geografiche sparse in tutto il mondo. Amiri crea uno spazio di altri o, come definito dal filosofo francese Michael Foucault, un’eterotopia. Il termine è usato da Foucault per descrivere luoghi che sono connessi ad altri o che hanno molteplici livelli di significato, la cui complessità non può essere immediatamente compresa. Posta questa premessa, il messaggio di Amiri prende nuove direzioni e coinvolge diverse realtà e la varietà ed i colori dei tessuti sono veicoli per introdurre il suo discorso socio-politico.

La mostra Bazaar, a Recollection of Home esplora i temi della globalizzazione, degli scambi commerciali tra Oriente ed Occidente, delle norme sociali e di genere nei mercati afghani. Amiri estende il proprio lavoro ad orizzonti più ampi di significato, con lo scopo di celebrare la presenza delle donne, in un contesto dominato a lungo dai soli uomini. Ricorrendo ai propri ricordi d’infanzia, l’artista dà voce oggi alle donne afghane e mira ad espandere il dialogo su cosa possa significare il femminismo nell’Afghanistan di oggi.

“Hangama Amiri’s Bazaar actualizes its existence in our collective imagination. Granted, although it echoes a specific locale, the installation’s setting straddles the physical and the psychic. For while Amiri anchors us to a particular place through her use of language, the likeness of particular individuals and the materiality of the medium itself, the artist speaks to a transnational sense of belonging—extending far beyond the borders of Afghanistan.

In contrast to a mall, outlet or set of storefronts, a Bazaar is not solely a setting for transaction but by its nature solicits participation from those who enter; if one leaves empty handed from the Bazaar an exchange has occurred, even in the absence of a material purchase. Amiri’s Bazaar demands this same engagement from the viewer. We allow ourselves to be surprised, to find what we weren’t searching for, perhaps partially obscured behind this or that veil, and to carry forward what we found as we depart the world she has constructed for us.

Hangama asserts a subtle rebellion through her practice, aligning the audience with her pursuit simply through our engagement with the installation. The many voices emerging from a plethora of fabrics and scenes sing out as a unified harmony. Works such as Nail Salon #1 present a space for women, run by women, with details and traces of those who populate it literally sewn into the fabric of the space. Form, material and pictorial content are unified in Hangama’s Bazaar: not a reproduction, nor an empty shell, but rather a translocated home: a memory recalled, reconstituted and given.”

— Morgan Aguiar-Lucander